Concilio di Gerusalemme


Nel volgere dei secoli, la Chiesa di Cristo ha celebrato venti Concili generali o ecumenici, da quello di Nicea (325) al Vaticano II (1962-63). Tale computo prescinde dall'Assemblea, tenuta a Gerusalemme nel 49 della nostra èra, in cui la Chiesa apostolica, sotto la guida e l'autorità di Pietro, primo vicario del Cristo Risorto, emise la prima definizione dogmatica.
I moderni esegeti parlano senz'altro di «C.»; è il primo Concilio ecumenico, di cui ci parla At. 15 (e Gal. 2).

Il problema grave e sostanziale, che sorse quasi spontaneo, e fu discusso con passione anche violenta dai Giudei convertiti, fin dagli inizi della predicazione evangelica, verteva sul valore e sulla obbligatorietà dei precetti della legge mosaica, dopo la Redenzione operata dal Cristo, con la costituzione della Chiesa. Gesù medesimo nel Discorso (v.) del monte aveva parlato di questo rapporto tra Antica (Israele) e Nuova Economia (la Chiesa). Mt. 5, 17-48. L'Antica veniva elevata ed assorbita dalla Nuova. Erroneamente i Giudei convertiti volevano ancora che, ad es., un gentile prima di ricevere il battesimo si facesse circoncidere (v. Galati, lettera ai). Ecco il grave problema che praticamente avrebbe paralizzato lo sviluppo della Chiesa e avrebbe legato il Cristianesimo alla Sinagoga. Inoltre, sostenere una tale soluzione, era svalutare, sminuire la portata, il significato della Redenzione; non comprendere affatto il rapporto tra il Vecchio e il Nuovo Testamento. Non si trattava, infatti, di una giustapposizione, di un abbinamento, ma, secondo il preciso e chiaro principio enunciato dal Cristo (Mt. 5, 17), di «perfezionamento», completamento che eleva e, per ciò stesso, assorbe e supplisce, prende il posto. Il frutto non si abbina al fiore, ma lo sostituisce. Così, per il precetto mosaico di astenersi dai cibi impuri (Lev. II; Deut. 14, 3-21), che aveva lo scopo di porre una barriera tra Israele e le genti idolatriche. S. Paolo lo definisce «un muro di separazione» (Eph. 2, 14). Era un grosso intralcio, per la vita stessa della Chiesa primitiva. Si trattava di una mentalità così radicata tra i Giudei, che lo stesso s. Pietro, per recarsi in casa del Centurione Cornelio, il primo pagano da lui battezzato, fu preparato dalla triplice visione celeste, che gli ordinava di mangiare di ogni sorta di animali (At. 10, 28; 11, 3); significandogli così Iddio che la Croce aveva abolito ogni separazione e differenza tra Giudei e Gentili.

Purtroppo, tra i Giudei battezzati, alcuni, specialmente ex-sacerdoti e ex-farisei, non riuscivano a superare le loro corte vedute; arrivarono a spiare la condotta degli Apostoli, dello stesso Pietro, pretendendo che osservassero le antiche prescrizioni mosaiche, astenendosi, ad es., da ogni contatto con i Gentili, non soltanto in Palestina, ma anche, e direi specialmente, nelle comunità cristiane che, rigogliose, incominciavano a formarsi nelle varie città della Siria.

Tra queste emerse Antiochia, con una comunità fiorente, composta, in maggioranza, da Gentili. Da Antiochia, Paolo e Barnaba partirono per il loro primo viaggio missionario che fruttò al Cristianesimo Cipro e la regione sud-orientale dell'Asia Minore (a. 45-48). Al ritorno, essi trovarono in subbuglio la Chiesa di Antiochia. Nella loro assenza, vi si erano recati alcuni di quei farisei convertiti, cui abbiamo accennato, per obbligare i Gentili che erano stati battezzati o che intendevano ricevere il battesimo, a circoncidersi e a praticare le altre prescrizioni della legge mosaica.

I due grandi missionari si opposero energicamente a tale pretesa; offrirono il loro esempio, forti degli stessi miracoli operati da Gesù in favore dei Gentili da loro convertiti e battezzati. I capi della Chiesa, per quietare gli animi litigiosi e miopi dei giudaizzanti, risolsero di mandare le parti a Gerusalemme, per rimettere la questione agli Apostoli. Paolo e Barnaba vi furono inviati quali rappresentanti ufficiali della comunità cristiana di Antiochia, e, naturalmente, perorarono la libertà dei Gentili, nei confronti della legge mosaica, e il valore pieno e definitivo della Redenzione.

Si ebbero tre assemblee: la prima, pubblica, nella quale gli Apostoli, presenti a Gerusalemme, accolsero gl'inviati; nella seconda, ristretta, gli Apostoli sentirono le tesi opposte e intervennero personalmente: nella terza, infine, anch'essa pubblica e generale, fu letta la risoluzione solenne, di principio, e furono accettati alcuni suggerimenti pratici, suggeriti da Giacomo, il cugino di Gesù (e detto il minore, per distinguerlo da Giacomo, fratello di Giovanni l'evangelista, ucciso da Erode Agrippa I, nel 42), allora vescovo di Gerusalemme.

La prima definizione solenne è data dal principe degli Apostoli, s. Pietro, il quale aveva già parlato, nell'assemblea particolare, in favore della libertà dei Gentili, dichiarando assolutamente arbitrarie, infondate inattuabili le pretese dei giudaizzanti adducendo il suo esempio (conversione e battesimo di Cornelio) e particolarmente la volontà di Dio, chiaramente manifestatasi.

Non per nulla l'assemblea tace, appena Pietro ha parlato; e il decreto, che viene inviato alle varie comunità cristiane, incomincia con la formula solenne: «Visum est Spiritui Sancto et nobis», «abbiam deciso lo Spirito Santo e noi», di non imporre nulla delle antiche prescrizioni mosaiche ai Gentili che si convertono (v. 28).
Paolo, con Barnaba e Sila, rientra ad Antiochia, latore della definizione apostolica. S. Agostino, in caso analogo, si esprimeva con la formula divenuta celebre: «Roma locuta est, causa finita est».

La comunità di Antiochia esultò. Il Cristianesimo eliminava il primo ostacolo sorto sul suo cammino; superava il primo errore che avrebbe svuotato nella teoria e nella pratica l'opera del Cristo.

In realtà sullo sfondo e alla radice, c'era in quelle pretese una svalutazione dell'opera del Cristo, una incomprensione del valore e dell'essenza della Redenzione (v. Romani lettera ai). La Croce e la Risurrezione hanno una portata incalcolabile, un valore infinito: il sacrificio della Croce assomma e supera di gran lunga, infinitamente, il valore di tutti i sacrifici compiuti nel passato.

Tutta l'antica economia impallidisce, svanisce dinanzi al Cristo, al suo sacrificio, alla sua opera, come i colori dell'alba dinanzi alla fulgida luce del sole. E tutta la gloria d'Israele, tutta la grandezza della Legge sta in questo di essere precursori del Cristo: «pedagoghi a Cristo» (cf. Gal. 3, 24).

Il «modus vivendi», suggerito da S. Giacomo, fu accolto nel decreto; i Gentili convertiti si guardino:
1°) dal mangiare idolotiti (v.), o carni immolate agli idoli, dagli Ebrei considerate particolarmente immonde;
2°) dalla fornicazione, opposta alla morale naturale ben compresa;
3°) dal mangiare le carni d'animali soffocati e 4°) il sangue, che tanto orrore ispirava agli Ebrei.
S. Paolo (Gal. 2, 1-10), in piena armonia con la narrazione degli Atti, mette in rilievo la decisione di principio sancita dal C.d.G.
[F. S.]

BIBL. - J. RENIÉ, Actes des Apotres (La Ste Bible Pirot-Clamer, XI, 1). Parigi 1949, pp. 206-222 ; G. STROTHOTTE, Das Apostelkonzil im Lichte der judischen Rechtsgeschichte, Erlangen 1955; A. BOUDOU, Atti degli Apostoli (trad. it., sulla 11.a ed. dell'originale), Roma 1957,. pp. 341-351; C. ZEDDA, Gli Atti degli Apostoli, ne La S. Bibbia, dir. S. Garofalo, III. Torino 1960, pp. 337-340.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
Visite: 81