Colossesi (Lettera ai)


Insieme a Eph., Phil. e Philem., essa fu scritta durante la prima cattività romana dell'Apostolo (61-63 d. C.). Paolo è incatenato e prigioniero, pur avendo una certa libertà di parola, d'azione e di movimento. Certo egli personalmente non può allontanarsi senza la compagnia del soldato romano, che lo tiene legato al suo braccio: ma ha la coscienza dell'impossibilità di vincolare la parola di Dio. Le sue catene sono la sua gloria e la gloria della Chiesa; le sue sofferenze egli offre per gli eletti di Dio. Ha del resto la speranza di essere presto del tutto libero. L'ultimo tratto del libro degli Atti (28, 16-31) sembra proprio supporre questo complesso di circostanze.
Il contenuto ideale di questo gruppo di lettere s'inquadra perfettamente coll'ambiente romano, quale era percepibile dall'Apostolo. Nella relativa calma della prigione il suo spirito s'attarda nella contemplazione di Cristo e dell'opera sua: la Chiesa. Come l'immenso impero di Roma ha in questa città il suo centro unificatore e propulsore, alla stessa guisa, ma in un modo trascendentalmente più reale, Cristo è il Capo e il vertice di ogni essere. Cristo non solo è una realtà storica, anzi il centro della storia; ma è per i suoi fedeli una realtà infinitamente amabile e vicina, che unisce a sé i suoi seguaci e li affratella tra loro così da formare un mistico corpo, animato dallo stesso Spirito e che vive e respira per la gloria del Padre.

Eph., Col. e il biglietto a Filemone sono contemporanei; Tichico è il latore di tutte e tre. Siccome nella lettera ai Filippesi s'esprime più marcatamente la speranza di una imminente scarcerazione, riteniamo che essa sia stata scritta per ultimo. La chiesa di Colossi, situata nella Frigia e più precisamente nella valle del Lico, non era stata fondata dall'Apostolo, il quale non l'aveva neppure visitata. L'apostolo di Colossi era stato il greco indigeno Epafra, che Paolo colma di elogi e che forse aveva già convertito alla fede in Efeso. Epafra, venuto alla prigione di Paolo, lo mette al corrente dei problemi che agitano la sua terra, per averne consiglio ed aiuto.

L'occasione prossima ed il contenuto di questa lettera appaiono assai chiaramente nei punti fondamentali; ma molto difficilmente si può determinare il preciso sistema di quei novatori, che mettevano in subbuglio la promettente cristianità, misconoscendo la dignità unica di Cristo. Un deleterio influsso giudaico sembra assodato, unito però a speculazioni d'altra origine e disparata, che trovarono spesso nella Frigia un terreno singolarmente propizio.

L'argomento viene esposto in una parte dommatica (1, 15-2, 23), ravvivata da spunti polemici. In una seconda parte "parentitica" (3, 1-4, 6) si tirano le conseguenze pratiche del dato dommatico. In un breve esordio (l, 1-14) ci sono i rituali saluti cristiani, accompagnati dal ringraziamento a Dio per la fede e la carità dei C. e dalla preghiera promessa dall'Apostolo per essi. Nell'epilogo (4, 7-18), con i saluti e la benedizione, c'è un accenno alla missione di Tichico e di Onesimo.

È certo che la parte più interessante e caratteristica di questa lettera è quella in cui Paolo, in uno stupendo slancio lirico. inneggia all'opera e alla dignità di Cristo per rispetto a Dio, all'intera creazione ed alla Chiesa, frutto del suo sangue (1, 15 ss.). Questa sezione ha un riscontro ideale e verbale in certi passi del Vangelo di Giovanni (specialmente nel Prologo) e dell'Ap.; ma Paolo vi porta un suo stile più personale e molto meno irenico del Discepolo prediletto. Chiaramente viene insegnata la preesistenza del Figlio, immagine sostanziale del Padre, e la sua qualità di Capo del corpo mistico come Verbo Incarnato. Tutte le cose sono state create in Lui, causa esemplare ed efficiente di tutte le cose «ed egli è primo di tutte le cose e tutte sussistono in Lui. Egli è il capo d corpo, che è la Chiesa; come è il principio, il primogenito dei morti, perché in tutto abbia il primato. Poiché a Dio piacque fare abitare in Lui tutta la pienezza e di riconciliare per mezzo suo tutte le cose, dirigendole verso di Lui, pacificando con il sangue della sua croce e ciò che è sulla terra e ciò che è in cielo» (1, 17-20).

Da queste premesse agevolmente Paolo passa all'azione concreta di Cristo nei suoi fedeli santificati e riconciliati con Dio dal suo Sangue. Essi devono rimanere immobili nella fede ed irremovibili nella speranza di quel Vangelo, di cui Paolo è stato costituito ministro. Nel brano 1, 24-2, 5, l'Apostolo mostra come la sua azione e la sua sofferenza tendano a rendere ogni uomo perfetto in Cristo. «Qui, ora, in carcere, io esulto per i patimenti che offro per voi, per la vostra salvezza, per il progresso della vostra fede, e voglio che le sofferenze del Cristo, le sofferenze, cioè, da me abbracciate per il Cristo ad imitazione del Cristo, raggiungano la misura piena, completa, in me nella mia carne; sofferenze che sono destinate a fruttificare in vostro favore, come a favore di tutti i membri del corpo mistico che è la Chiesa» (v. 24). Sul significato profondo della parola "mistero" v. Efesini. Nell'ultima sezione della parte dommatica (2, 6-23) Paolo diventa fortemente polemico, impugnando i falsi dottori col mostrare la falsità teorica e pratica del loro insegnamento. Passando sul terreno concreto l'Apostolo dimostra quale debba essere la vita nuova dei fedeli (3, 1-4, 6). Questi, incorporati a Cristo, devono ormai vivere una vita tutta celeste e santa, qualunque sia lo stato in cui debbono trascorrere l'esistenza. Sono passati in rassegna i doveri dei coniugi, dei figli, dei genitori, degli schiavi e dei padroni e si raccomanda a tutti preghiera, vigilanza e prudenza.

La genuinità di questa lettera, oltre che dai cattolici, è ammessa dalla maggioranza degli esegeti acattolici odierni. Conosciuta da Ignazio, Policarpo e Giustino; è attribuita esplicitamente a s. Paolo da s. Ireneo, Tertulliano, dal frammento del Muratori, e Padri posteriori. Questa lettera, con la gemella agli Efesini, esprime tutta l'ammirazione commossa e l'amore smisurato di Paolo verso l'adorato Maestro e Redentore.
[G. T.]

BIBL. - P. MÉDEBIELLE, in La Ste Bible (ed. Pirot, 12), Parigi 1928 [1946], pp. 102-126; HOPEL-GUT-METZINGER, Intr. spec. in N.T., 6a ed., Roma 1949, pp. 396-404; J. HUBY. Epistole della prigionia, trad. it., Roma 1969, pp. 9-98; A. VACCARI. La S. Bibbia, Firenze 1961, pp. 2139-2146; M. CARREZ, Souffrance et gloire dans les épitres pauliniennes (Col. l, 24-27), in RHPhR, 31 (1951) 343-353.


Autore: Sac. Giuseppe Turbessi
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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