Gesù Cristo


Abbinando queste due parole, un nome di persona - Gesù - e un nome di funzione - Cristo -, la Chiesa primitiva (non soltanto Paolo, ma anche Mi 1, 1. 18; 16,21; Me 1, 1; Gv 1, 17; 17, 3; Atti passim) non si limita ad attribuire a Gesù il titolo di messia, Come fa per altri appellativi: agnello di Dio, David, figlio di Dio, figlio dell‘uomo, mediatore, parola di Dio, profeta, santo, salvatore, signore, servo di Dio... Dicendo Gesù Cristo, la Chiesa associa in una intima relazione il titolo proclamato dai credenti e la persona storica vissuta sulla terra, l‘interpretazione e il fatto originale. Ogni interpretazione che Conglobi uno dei due termini nell‘altro sminuisce indebitamente il vangelo. La critica deve scomporre in due tempi il movimento che porta alla conoscenza di Gesù; spetta alla contemplazione orante ricomporla per incontrare un vivente. Questo articolo, senza elencare nei particolari «tutto Ciò che Gesù ha fatto», resoconto che neppure il mondo intero potrebbe contenere (Gv 21, 25), si concentra sulla figura del maestro stesso. Considerare Gesù di Nazaret con il rigore della Critica letteraria, significa udire la domanda rivolta da Gesù: «E voi chi dite che io sia?» (I), interrogativo al quale gli autori del NT si sforzano di rispondere (II). E questa risposta rimanda sempre alla persona storica che ha posto la domanda.

I. GESÙ DI NAZARET

I vangeli non sono delle vite di Gesù redatte secondo i principi della moderna storiografia. Scritti da dei credenti, per suscitare e rafforzare la fede, organizzano dei ricordi che sono stati certo illuminati e trasfigurati dalla fede pasquale, ma che, criticati con perspicacia, Consentono di inquadrare sicuramente Gesù di Nazaret. l. Situazione escatologica di Gesù. - La buona novella annunciata da Gesù, è che il re gno di Dio si inaugura Con la sua stessa parola: «Beati i vostri occhi perché vedono e le vostre orecchie perché ascoltano. Perché in verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò Che voi vedete e non l‘hanno visto, e udire ciò Che voi udite e non l‘udirono» (Mi 13, 16 par.). Che Cosa dunque hanno visto e udito? Innanzitutto degli esorcismi interpretati da Gesù stesso: «Ma se io scaccio i demoni in virtù del dito di Dio, è dunque venuto per voi il regno di Dio» (LC 11, 20 par.); infatti il nemico è vinto: «Vedevo Satana cadere dal cielo Come la folgore» (10, 18). Poi, dei miracoli che attestano, secondo Gesù, che si è entrati in un‘era nuova: «I Ciechi vedono e gli zoppi camminano diritti, i lebbrosi sono purificati e i sordi sentono, i morti risuscitano». Infine hanno ascoltato la scelta definitiva di Gesù, ancora più importante: «Ai poveri è annunziata la buona novella» (Mt 11,5 par.). Perché, parlando così, Gesù dichiara che si è realizzata la profezia di Isaia (Is 29, 17 s; 35, 5 s; 61, 1). Ai suoi occhi, infatti, l‘annuncio è escatologico: porta a compimento il disegno di Dio, ricapitolandolo. Gesù quindi si Colloca in rapporto al VT. Ammira Giovanni come l‘ultimo e il più grande dei profeti: «In verità vi dico: fra i nati di donna non è apparso uno più grande di Giovanni Battista», ma poiché il regno di Dio ha inaugurato una era nuova, Gesù prosegue: «e tuttavia il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11, 11 s). La radicale novità del regno di Dio non consiste solo nel fatto della sua presenza, ma nella sua natura. «Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono (strappandolo a quelli che vogliono entrarvi)» (Mi 11, 12). Gesù perciò deve ergersi Contro i seguaci dell‘ordine sabbatico e rituale istituito dai dottori della legge con la loro Casistica e le loro sottigliezze (Mi 15, 1- 20; 23, 1-33). Ma deve anche purificare l‘attesa dei suoi contemporanei Che confondono regno di Dio e liberazione nazionale e terrena (Mi 16, 22; 20, 21; 21, 9 par.; Lc 19, 11; 22, 38; 24, 21; Gv 6, 15; Atti 1, 6). Gesù stabilisce anche le distanze da Giovanni Battista (Mt 11, 3): Come lui, esige la piena conversione, ma, anziché annunciare l‘imminente condanna da parte di un Dio vendicatore (Mt 3, 7-10), proclama un anno di grazia (LC 4, 19). Questa è la situazione unica nella quale Gesù ritiene di trovarsi. La gioia è promessa a coloro che scoprono il tesoro (MI 13, 44 s). Beati quelli che vivono quell‘ora! 2. La decisione nei confronti di Gesù. - È inutile chiedersi quando suonerà questa ora: «Il regno di Dio non viene ostensibilmente, né si potrà dire: ?Eccolo qua?, oppure, «Eccolo là?; ecco, infatti, il regno di Dio è tra voi» (LC 17, 20 s). Il regno di Dio semplicemente non è più futuro, è alla portata di tutti: basta riconoscere i tempi messianici e far convergere gli sguardi su Gesù. Chi è dunque? Questo Gesù non è un rabbino ordinario che spiega le Scritture, insegna con autorità (Mc 1, 22). A differenza dei profeti, non enuncia semplicemente l‘oracolo di Dio, proclama: «Io, però, vi dico» (Mt 5, 22. 28. 34.39.44), facendo precedere le sue dichiarazioni da un‘attestazione solenne: «Qui C‘è più che Giona... Qui c‘è più Che Salomone» (Mi 12, 41 s; Lc 11, 31 s). Per questo, convertirsi a Dio significa seguire Gesù, decidersi per lui o contro di lui. «Chi non è con me è contro di me e Chi non raccoglie con me disperde» (Mi 12, 30). Ascoltare Gesù significa ascoltare Dio stesso, perché equivale a «costruire la propria casa sulla roccia» (7, 24). Ma, di fronte a un Gesù, il Cui comportamento sconcerta, come prendere una simile decisione?: «Beato chi non sarà scandalizzato da me!» (11, 6 par.). Gesù deve perciò giustificare la sua pretesa. Non già dichiarando la propria identità, ma dimostrando di avere una relazione unica Con il Padre. Tutto gli è possibile perché Crede (MC 9,23), di una fede che sarà definita prototipo di ogni fede (cfr. Ebr 12, 2). Inoltre, parla a Dio come un «papà» (Mc 14, 36), e, Collegandosi alla tradizione apocalittica di Daniele (Dan 2, 23-30) osa affermare che i misteri gli sono rivelati perché egli è «il Figlio» in relazione unica con «il Padre» (Mt 11, 25 ss par.). Non si attribuisce tuttavia la conoscenza di ogni cosa (Mc 13, 32) e subordina la propria volontà a quella del Padre (14, 36; cfr. Mt 13, 3-9 par.), Come dimostra il suo comportamento nei Confronti dei poveri e dei peccatori, simbolo dell‘atteggiamento stesso di Dio (Lc 15). 3. Gesù e l’avvenire. - Gesù è vissuto da buon giudeo. Ma domina le tradizioni giudaiche, di cui stima il valore in base alla volontà di Dio, col quale intrattiene la relazione unica che abbiamo indicato. Viene a portare a compimento la legge e i profeti (Mt 5, 17). L‘ideale d‘amore assoluto che propone sconvolge le sottigliezze della casistica e si mantiene impraticabile per colui che non segue Gesù; non può essere ben visto né perseguito se non in una stretta dipendenza nei suoi confronti: «Venite a me... perché il mio giogo è dolce e il mio fardello leggero» (Mt 11, 28 s). Gesù realizza inoltre la tradizione profetica quando, a dispetto dei suoi Contemporanei, annuncia che anche i pagani riceveranno la salvezza (LC 13, 28 s par.). Ai fini della realizzazione di quest‘opera, Gesù ha forse pensato che la Chiesa avrebbe preso il suo posto? Sarebbe ingenuo ritenere Che Gesù abbia costituito la Chiesa quale la conosciamo noi; ma è falso affermare Che Gesù abbia pensato che, alla sua morte, non vi sarebbe più stato posto per dei tempi intermedi prima della parusía (cfr. giorno del Signore). Radunando intorno a sé la cerchia dei discepoli (Le 10, 1 s par.) e in particolare quella dei Dodici (Mc 3, 12), Che devono venire dietro a lui (Le 9, 57-61 par.) per estendere la sua azione e la sua presenza - fatto storico riconosciuto anche se è difficile datarlo con precisione -, Gesù senza dubbio non ha voluto inaugurare una Chiesa concepita sugli schemi della comunità separatista di Qumràn, ma prefigurare il popolo di Dio definitivo (Mt 19, 28 par.). D‘altra parte, contrariamente a Giovanni Battista, ha sicuramente pensato che l‘instaurazione del regno di Dio sarebbe avvenuta per gradi (Mc 4,29; Mt 13,24-30), Che Simone avrebbe dovuto consolidare i compagni nella fede (LC 22, 32) e che i suoi discepoli, dopo la sua morte, sarebbero stati destinati a soffrire (Mt 9, 15 par.; MC 8, 34 par.; Le 6, 22 par.). Per questo la parola ekklesìa, equivalente del termine aramaico sdd o `edah, utilizzato a Qumràn per designare la Comunità escatologica degli eletti di Dio, poté effettivamente ricorrere sulle labbra di Gesù, anche se si trova nei vangeli solo due volte (Mt 16,18; 18, 17). Negare a Gesù la prospettiva di un tempo dopo la morte significherebbe semplificare i dati neotestamentari; il che non esclude assolutamente la convinzione personale che, con la sua morte, sarebbe sopravvenuta la fine (cfr. Mc 9, 1). Per apprezzare il senso di quest‘ultima affermazione, bisogna pesare altre parole di Gesù. Gesù ha previsto di andare verso una morte imminente, come affermano gli annunci Che non accennano alla risurrezione (Le 13, 31 ss; cfr. 17, 25; Mc 8, 31; 9, 12). Ha visto questa morte nel disegno di Dio, come un servizio, Come un riscatto sacrificale (Mc 10, 45); e, nel momenti in cui sta per andare a morte, lascia ai suoi il testamento di reciproco servizio (Le 22, 25 ss).‘ Queste indicazioni impediscono di fare di Gesù un uomo Che avrebbe subito involontariamente una morte inflittagli da nemici più forti di lui. Molti esegeti si spingono più in là e pensano Che Gesù abbia identificato la propria esistenza Con quella del servo di Dio. Effettivamente, Gesù presenta il proprio destino, quello del figlio dell‘uomo, mediante le espressioni stesse dei canti del servo in Isaia (52, 13 - 53, 12): la sua obbedienza si esprime con il «è necessario...» (LC 17, 25), il sacrificio della sua vita è offerto per la moltitudine (Mt 20, 28 par.; 26, 28 par.; Le 22, 16. 18. 306), quella che istituisce è l‘alleanza (LC 22, 20). Se Gesù in effetti ha avvertito la propria morte, perché non avrebbe presentito la risurrezione? Le precisazioni apportate dai tre grandi annunci della passione e della risurrezione di Gesù (Mt 16, 21 par.; 17, 22 s par.; 20, 18 s par.; cfr. Le 24, 25 s. 45) indubbiamente rivelano l‘influsso della comunità primitiva; ma la fede di Gesù nella sua risurrezione entro un breve lasso di tempo si rivela chiaramente dalle sue parole. Come ogni ebreo credente, sa di dover risuscitare alla fine dei tempi (cfr. Mt 22, 23-32 par.); inoltre, Come si è visto, si Colloca a parte, e anche alla fine dei tempi. Convinto d‘altronde della relazione unica che ha con Dio e Con tutti gli uomini, Come avrebbe potuto dubitare Gesù del successo finale della sua missione e di un intervento particolare del Padre in suo favore? La certezza della risurrezione non lo sottrae Certo alla condizione umana: colto da angoscia, trema nel Getsemani (Mc 14, 36) e si considera addirittura abbandonato da Dio (15, 34); ma sa di essere «il Figlio». Rimane un ultimo interrogativo. Per rivelare Chi era, Gesù ha scelto un metodo sbrigativo, utilizzando formule Correnti nel giudaismo, come messia, Figlio di Dio, figlio dell‘uomo? Nei vangeli, questi appellativi ricorrono indifferentemente tutti sulle sue labbra. Tuttavia, a parte le designazioni «il Figlio» e «figlio dell‘uomo», che non possono essergli categoricamente negate, le eri tiche ritengono che la Chiesa nascente abbia se non deformato, almeno reso esplicito il pensiero di Gesù facendogli dire di essere «il Figlio di Dio» o «il messia». Gesù non ha preso l‘iniziativa di proclamarsi messia, appellativo Cui solo la morte in croce avrebbe tolto il suo Carattere di ambiguità; ma mette i Contemporanei sulla via del riconoscimento, quando proibisce ai discepoli di svelare la sua vera identità (Mc 8, 27-30 par.), quando si lascia acclamare figlio di David, al momento del suo ingresso in Gerusalemme (Mt 21, 1-9 par.), o quando, al sommo sacerdote che lo sta interrogando: «Sei tu il figlio del Benedetto?» risponde in modo involuto, secondo l‘antica formula tipica di Matteo: «Tu lo dici» (Mt 26, 64). Nel suo comportamento rivelatore, Gesù non annette importanza a questi «titoli», che senza dubbio avrebbero falsato il rapporto autentico Che intendeva stabilire Con gli uomini. Presentandosi Come l‘uomo che ha una relazione unica con Dio e unica Con tutti gli uomini, Gesù ha rivolto la domanda definitiva: «E voi, chi dite Che io sia?» (Mt 16, 15 par.).

II. GESÙ, SIGNORE, CRISTO E FIGLIO DI DIO

A questa domanda, i discepoli non erano in grado di rispondere correttamente, prima che Gesù, morto in croce, si manifestasse loro, vivo, Con delle apparizioni. Rispondendo con la loro fede all‘iniziativa di Gesù, i discepoli scoprono il senso della vita e il mistero della persona di Gesù di Nazaret. Per esprimere questo senso, applicano a Gesù degli appellativi desunti dal linguaggio tradizionale, caricandoli di un nuovo significato. Le formulazioni sono varie ed esitanti, a seconda dei doni di ciascuno e degli ambienti di vita. Questa Cristologia ha senza dubbio una storia, ma non siamo in grado di rintracciarla Con sicurezza, dato che le fonti presentano mescolati i sottofondi palestinesi e le interpretazioni ellenistiche. Ci è tuttavia possibile individuare i primi presentimenti del mistero di Gesù, e quindi le prospettive tipiche degli evangelisti. 1. Primi passi verso il mistero. - Nella formulazione dell‘esperienza pasquale, si possono collegare quattro prospettive Che potrebbero riflettere una certa evoluzione storica. Sotto il segno della parusia, si afferma l‘esaltazione celeste di Gesù Cristo. La croce redentrice concentra la ricerca sul servo. In fine, l‘attenzione si rivolge all‘uomo Gesù, in primo luogo nel mistero della sua persona, poi nella sua relazione con l‘universo. Questo articolo utilizzerà soprattutto le confessioni di fede e gli inni, materiali anteriori alla teologia paolina e alle presentazioni evangeliche; tuttavia i prolungamenti teologici neotestamentari saranno indicati Come riferimento (cfr.). a) Gesù, elevato al cielo, Signore e Cristo. - Essendo stati in contatto Con Gesù da vivo, i discepoli proclamano: «Dio (P)ha risuscitato di tra i morti» (1 Tess 1, 10; Rom 10, 9; cfr. 8, 11; Gal 1, 1; 1 Piet 1, 21; Atti 4, 10). Questa affermazione non è ottenuta a partire da una riflessione su un qualche testo scritturale (cfr. 1 Cor 15, 4), ma esprime con immediatezza, con l‘aiuto del linguaggio teologico giudaico della risurrezione, che l‘esperienza pasquale presuppone l‘esaltazione e l‘intronizzazione di Gesù, come manifestano l‘esperienza di Stefano (Atti 7, 56) e quella di Paolo (7, 3; 22, 6; 26,13). A questo dato primitivo della fede cristiana, corrisponde l‘antichissima acclamazione aramaica «Marana tha» (1 Cor 16, 22; Apoc 22, 20; cfr. in eco 1 Cor 11, 26), cioè secondo l‘interpretazione più probabile: «Vieni, o Signore nostro!». Essa precisa che quel Gesù esaltato e assiso in trono nel Cielo è il «giudice» escatologico; inoltre, chiarisce il vero senso della venuta di Gesù glorificato (Atti 1, 11), venuta che non è un semplice «ritorno» alla fine dei tempi, ma una continua manifestazione lungo il corso della storia degli uomini: Gesù è il Signore della storia (cfr. Mt 28, 20). Un‘altra antica espressione, elaborata senza dubbio dalle Chiese ellenistiche, è la confessione di fede: «Gesù [è] Signore» (1 Cor 12, 3; Rom 10, 9; Fil 2, 11), anche essa «proclamata» in ambiente liturgico. Non si tratta di un‘arida formula di fede, ma di un atto di riconoscimento e di sottomissione al Signore Che è diventato Gesù. Così annunciato, l‘evento vedrà precisata la sua natura grazie alle Scritture. Le profezie messianiche (2 Sam 7, 14; Sal 2, 7; 110, 1) aiutano in tal modo a comprendere che Gesù è stato «fatto Signore e Cristo» (Atti 2, 36), che «è stato costituito Figlio di Dio» (Rom 1, 4; Atti 13, 33); sta alla destra di Dio (Atti 7, 56; forse 2, 33 ss; 5,31; Mc 14,62 par.; Rom 8,34...), condivide infine l‘onnipotenza divina (cfr. Mt 28,18). Nella prospettiva dell‘esaltazione, i titoli messia, Figlio di Dio, e Signore hanno in origine un significato analogo: non si riferiscono immediatamente alla morte o alla vita terrena di Gesù; affermano semplicemente Che Gesù di Nazaret realizza le speranze di Israele e diventa il Signore di tutti i tempi. Gli sviluppi teologici degli autori del NT si innestano appunto qui. Così Paolo non si limita a far sua la trasposizione su Gesù dell‘appellativo Kyrios, che designa Dio nella LXX (Rom 10, 2 s [Fil 2, 111; 1 Cor 2, 8; cfr. 15,25; Ef 1,20); Contrappone Gesù ai «signori» di pagani (1 Cor 8, 5 s; 10, 21); di qui deriverebbe l‘appellativo «Nostro Signore Gesù Cristo». Così gli evangelisti fanno chiamare Gesù non più semplicemente «rabbi», ma «Signore» (cfr. Mt 8, 25 par.; Lc 7, 19 par.). b) La morte salutare di Gesù. - Di fronte allo scandalo della morte ignominiosa di Gesù, la fede pasquale ricerca nelle sacre Scritture il senso Che essa può avere. Gesù, durante la vita terrena, aveva, sia pur velatamente, interpretato il proprio destino basandosi sulla profezia del servo sofferente ed esaltato. La Chiesa primitiva attribuisce al Signore il titolo di servo (Atti 3, 26; 4, 25-30) ed esprime il senso degli avvenimenti passati Con le parole di Isaia (52, 13 - 53, 12). Gesù è stato esaltato (Atti 2, 33; 5, 31), «glorificato» (3,13); la passione viene evocata in questo modo, in un testo anteriore all‘epistola di Pietro (1 Piet 2, 21-25) e nella catechesi di Filippo (Atti 8, 30-35). Infine, una delle più antiche formule di fede dichiara Che «Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15, 3). La preposizione bypèr, qui come altrove (Gal 1, 4; 2 Cor 5, 14 s. 21; 1 Cor 11, 24) serve ad esprimere il valore salutare della morte di Gesù. Subentrano poi altri appellativi, di significato analogo a quello assunto dal titolo di servo, Che esprimono la stessa realtà. Gesù è «il giusto» (Atti 3, 14), colui che conduce alla vita (3, 15; cfr. 5, 31), l‘agnello di Dio senza macchia (1 Piet 1, 19 s; cfr. Gv 29, 36). È il sommo sacerdote immacolato, mediatore della nuova alleanza (Ebr 2, 14-18; 4, 14). A partire di qui, sotto fínflusso congiunto delle religioni ellenistiche, nelle ultime lettere paoline si legge l‘appellativo di «salvatore» (Tito 1, 4; 2, 13; 3, 6; 2 Tim 1, 10). Sempre a partire di qui, si sviluppa la mistica paolina del battezzato associato alla morte e alla risurrezione di Cristo (Gal 2, 19; Rom 6, 3-11), di cui viene approfondita la dottrina della propiziazione, e così via (Rom 3, 23 s...). C) L’uomo Gesù. - Prestando sempre maggior attenzione alle origini di colui che sa essere vivo oggi dopo la morte, la Chiesa apostolica non ha tardato a prendere in esame l‘esistenza terrena di Gesù. La tradizione evangelica, quindi, prende forma Come risposta alla duplice esigenza di far Conoscere la vita di Colui che si crede risorto (Atti 10, 37 s) e di portarla ad esempio per il Comportamento dei fedeli. A poco a poco, vanno Così precisandosi e raggruppandosi i ricordi, tutti polarizzati dalla fede nel Signore Gesù. In questa luce che l‘aureola e la trasfigura, appare la figura dell‘uomo Gesù. Paolo non si interessa tanto alla sua esistenza terrena quanto al suo insegnamento e alla sua morte redentrice. La lettera agli Ebrei, dal canto suo, mette in evidenza il significato delle sofferenze di Cristo. Gesù ha accettato volontariamente la morte (Ebr 10, 7), «fu reso perfetto delle sofferenze» (2, 10): sopportò la croce anziché la gioia (12, 2) e da questo patire imparò l‘obbedienza (5, 7 s): è il «pioniere e il realizzatore della fede» (12, 2). Il movimento di risalita Continua fino alle origini stesse di Gesù, aiutato probabilmente dal ricorso a profezie come quella di Natan (2 Sam 7, 12 ss) o il Sal 16, 10 s. L‘esistenza di Gesù comporta due modi d‘essere: uno terreno nella Carne, l‘altro celeste in virtù dello Spirito (Rom 1, 3 s; 1 Píet 3, 18; 1 Tim 3, 16a). Trasformato interiormente dallo Spirito, Gesù ha ricevuto un‘unzione, innanzitutto Concepita come regale in occasione della sua intronizzazione (Ebr 1, 9), poi profetica al momento del battesimo, in vista del ministero (Atti 10, 38; cfr. 4, 27; Le 4, 18). La risurrezione, interpretata come una realizzazione della promessa fatta a David (Atti 2, 34 s; 2 Tim 2, 8), induce a vedere in Gesù il figlio di David (Rom 1, 3 s; 2 Tim 2, 8; Atti 13, 22 s; 15, 16 e forse MC 12, 35 ss). Con un processo analogo, si elaborano le genealogie di Cristo (Mt 1, 1-17; LC 3, 23-37). Lo stesso intendimento (cristologia più esplicita, compimento delle Scritture) hanno i prologhi dei vangeli, che rappresentano le tradizioni sull‘infanzia di Gesù (Mt 1-2; Lc 1-2); l‘ storia aneddotica che raccontano rivela una profonda teologia, il cui proposito fondamentale è rispondere alla seguente domanda: quale fu l‘origine di colui che adoriamo come il Signore? d) Il primogenito avanti ogni creatura. - Risalire ancora più indietro significa scoprire la preesistenza di Gesù, secondo un procedimento Che dovette ispirarsi non già al mito gnostico del Dio-salvatore, ma alle tradizioni apocalittiche giudaiche, preoccupate di mettere in evidenza l‘unità della creazione e della fine dei tempi. Perciò, nel libro di Enoch si afferma la preesistenza del figlio dell‘uomo (Enoch 39, 6 s; 40, 5; 48, 2 s; 49, 2; 62, 6 s); altrove, certi ambienti giudaici vedevano all‘origine della creazione la sapienza (Giob 28, 20-28; Bar 3, 32-38; Prov 8, 22-31; Eccli 24, 3-22; Sap 7, 25 s). Con l‘antichissimo inno soggiacente a Fil 2,6- 11, vengono descritti i tre stati successivi di Gesù, Che era a «forma di Dio», prima di annientarsi nella vita terrena ed essere quindi esaltato in cielo. Questo testo non afferma che una certa natura umana viene «assunta» da una persona divina; si sforza di dimostrare che la presenza di Gesù si estende a tutta la durata del tempo. Gesù è «colui per mezzo del quale tutto esiste e grazie al quale noi (andiamo a Dio)» (1 Cor 8, 6), è la roccia che accompagnava il popolo nel deserto (10,4). Infine, forse prima che si elaborasse la teologia di Paolo, Gesù è definito «immagine del Dio invisibile, primogenito avanti ogni creatura» (Col 1,15), colui «in cui abita la pienezza della divinità» (2, 9). Dopo aver affermato la perfetta giustizia e santità di Gesù (Atti 3, 14). il NT si avvia verso la proclamazione della sua divinità. Egli è il «Figlio di Dio», in un senso che rende esplicite le allusioni fatte da Gesù di Nazaret e che oltrepassa il significato messianico, perché si basa sulla preesistenza del Figlio che Dio ha rivelato a Paolo (Gal 1, 12) e di Cui questi proclama il vangelo (Rom 1, 9). Gesù è «il Figlio di Dio»: questa è la fede del Cristiano (1 Gv 4, 15; 5, 5), proclamata incessantemente nei vangeli (Mc 1, 11; 9, 7; 14, 61; Lc 1, 35; 22, 70; Mt 2, 15; 14, 33; 16, 16; 27, 40- 43), come eco della parola di Gesù sul «Figlio» (Mt 11, 27 par.; 21, 37 ss par.; 24, 36 par.). Il movimento della rivelazione porta a proclamare (forse già in Rom 9, 5, secondo ogni probabilità in Ebr 1, 8; Tito 2, 13 e certamente in Gv 1, 1. 18; 20, 28) che Gesù è Dio con Dio. Come corollario della preesistenza, si svela a sua volta la dimensione ecclesiale e cosmica di Gesù. Egli è il capo (testa) della Chiesa Che è il suo corpo (Col 1, 18); 1a sua signoria si estende sul mondo intero, del quale ha percorso i tre spazi: terra, inferi, cieli (Fil 2, 10). Non è forse il «Signore della gloria» (1 Cor 2, 8), perché «primogenito di tra i morti» (Col 1, 18)? A questa prospettiva si ricollegano vari titoli. Gesù è il nuovo Adamo (1 Cor 15, 15.45; Rom 5,12-21) colui in cui Dio riunisce (anakepbalaiòo) ogni cosa (Ef 1,10), Colui che ha fondato la pace facendo un solo uomo (2,13- 16); è il mediatore della nuova alleanza (1 Tim 2,5; Ebr 9,15; 12, 24)... 2. Presentazione evangelica del mistero. - I primi sintomi Che si cominciava a presentire il mistero di Gesù sono stati da noi raggruppati in modo artificioso; in effetti, solo i vangeli sono autentiche cristologie. Prima della redazione scritta dei quattro vangeli, la tradizione evangelica ha lavorato all‘interpretazione del mistero di Gesù; lo si riconosce dalla punta cristologica di ogni pericope evangelica nonché dalle diverse sistemazioni presinottiche. L‘interesse rivolto alla vita terrena di Gesù è quindi significativo per se stesso, indipendentemente da ogni biografia di Gesù. Per essere più precisi, rivela una duplice preoccupazione. Prima di tutto, Contro ogni tentativo di evaporazione gnostica in qualche mito, intende mantenere la rivelazione di Gesù radicata nella storia; poi, Contro ogni tentativo archeologizzante, Che si limiti a risuscitare il passato, si esprime muovendo da una convinzione: Colui che è vissuto è ancora vivo e parla ai Cristiani dell‘epoca attuale. I vangeli sono tutti delle «attualizzazioni» dell‘evento Gesù di Nazaret. Se esiste nel NT una cristologia, è proprio il vangelo che precede i vangeli. Questa Cristologia non è elaborata in forma sistematica, né in un‘occasione epistolare, ma Con l‘unico intento di presentare e rendere attuale il mistero di Gesù divenuto Signore. Quanto ai vangeli, essi offrono vari aspetti di questa presentazione, rinviando sempre all‘unico vangelo proclamato nello Spirito Santo. Concluderemo questa panoramica con alcune brevi note in proposito. a) S. Marco invita il lettore a riconoscere in Gesù di Nazaret il Figlio di Dio, colui che Ci ha salvati trionfando di Satana. Insiste sull‘evento puntuale dell‘incontro personale con Dio in Gesù, quando sopravverrà la fine dei tempi. Da notare la riservatezza di Marco in rapporto a Mt o a LC nell‘utilizzazione dell‘espressione «Figlio di Dio». Ad eccezione della confessione proferita dai demoni in un racconto (Mc 5, 7) e in un sommario di esorcismi (3, 11), il titolo si riscontra solo ai tre vertici della rivelazione: per voce di Dio al battesimo (1, 11) e alla trasfigurazione (9, 7) e poi dalla bocca del Centurione. Il velo del tempio si è lacerato, il tempo del giudaismo è finito; solo allora viene proclamata, in nome dei pagani, l‘efficacia della morte di Gesù: «Veramente quest‘uomo era il Figlio di Dio» (15, 39). b) S. Matteo fa culminare il vangelo nel «manifesto» di Cristo risorto: «ogni potere mi è stato dato... Io sono con voi sino alla fine dei secoli» (MI 28, 18 ss). Gesù si presenta Come il figlio dell‘uomo, annunciato dal profeta Daniele (Dan 7,13 s), che ha ricevuto la sovranità universale; il vangelo deve dimostrare in che modo Gesù, dopo aver rifiutato di accettare questa sovranità da Satana (Mt 4, 8 ss), poiché il Padre gli ha tutto rimesso (11, 27), abbia trionfato dei suoi nemici: il regno di Dio è il regno di Cristo. Per dimostrarlo, Mt sottolinea l‘argomentazione scritturale della Chiesa primitiva, perché Gesù viene a coronare il passato di Israele. Ha scritto il vangelo ecclesiastico per eccellenza, attualizzando per la sua epoca gli avvenimenti passati (ad es. 14,33). c) S.Luca, Che nel libro degli Atti degli Apostoli fa chiaramente trapelare l‘interesse Che porta alla Chiesa, dà consistenza al tempo di Gesù che intercorre tra quello dell‘annuncio profetico e quello della Chiesa (cfr. Lc 16, 16; 22, 35-38; Atti 10, 38). La vita di Gesù acquista valore per il tempo ecclesiale; è stata il primo atto del disegno di Dio nella Chiesa, un atto che ha valore tipico. Il futuro che gli succede si basa incessantemente su di essa: evento passato che rimane perennemente presente. D‘altra parte, il ritratto di Cristo è più quello del salvatore misericordioso (Lc 3, 6; 9, 38. 42; Atti 10, 38), che si rivolge ai poveri (LC 4, 18), ai peccatori (15), ai diseredati di questa terra. Infine, l‘appellativo «Figlio di Dio» assume in lui un senso ben preciso, netta mente distinto da quello di Cristo (1, 35; 22,70). d) S. Giovanni prende come punto di partenza per la sua presentazione l‘affermazione tradizionale della preesistenza e mette in evidenza in Gesù la gloria del Padre, la gloria della risurrezione già presente attraverso i segni che egli opera durante il suo passaggio in terra. Il figlio dell‘uomo, che è in cielo, è presente già quaggiù e ritorna al cielo (Gv 3, 13. 31; 6, 62; cfr. 13, 1; 14, 28; 16, 28; 17, 5). È la parola di Dio manifestata nella carne mortale di Gesù (1, 14). Egli è quindi il rivelatore assoluto e definitivo, colui al quale donare la propria fede, se si vuole vivere (3,16s.36; 11,25s ...), Colui di cui si sentono le proclamazioni di eternità (8, 58; 10, 38) o di immanenza nel Padre (10, 38; 14, 9 s. 20; 17, 21). Per essere più precisi, il libro di Giovanni rimane il vangelo per eccellenza, nella misura in cui riporta incessantemente il credente alla persona e all‘attività terrena di Gesù di Nazaret, senza la quale nessuna esistenza ecclesiale può avere senso: questo vale per la vita sacramentale, battesimo (3, 22-30) ed eucaristia (6).

CONCLUSIONE

Prima di Concludere, ricordiamo l’Apocalisse. Alla confluenza di numerose correnti e in particolare della vita liturgica, essa presenta il Cristo vivente, il Signore che guida e regge la Chiesa (Apoc 1-3). Domina soprattutto la figura dell‘agnello: questi reca le tracce della passione sofferta (5). Assicura il trionfo sui nemici della Chiesa (6, 15 ss; 17, 14) dopo di che Celebrerà le proprie noz ze con lei (19, 7 s; 17, 14). Signore della storia degli uomini, è il primo e l‘ultimo (1, 17), il principio e la fine (22, 13), l‘alfa e l‘omega (1, 8; 21, 6), l‘amen (3, 14), l‘unto di Dio, infine il re dei re e il Signore dei Signori, al quale è reso onore e ogni gloria (19, 19; 17, 14). Le presentazioni del mistero di Gesù di Nazaret divenuto Signore e Cristo non possono essere ridotte a un unico sistema; ma manifestano un movimento unico: la volontà di rendere attuale per un dato ambiente la presenza di questo Gesù Che è vissuto ed è morto per noi. L‘ortodossia si misura dalla solidarietà del legame che unisce l‘interpretazione cristiana al fatto di Gesù: «Ogni spirito che confessa Gesù Cristo venuto nella carne è di Dio» (1 Gv 4, 2). La fede nascente, per esprimersi e comunicarsi, si è dimostrata tributaria delle varie culture della sua epoca: del giudaismo palestinese, quindi, della diaspora o dell‘ellenismo ambientale. Adattandosi così alle diverse civiltà, la Chiesa abbozza e prefigura ogni futura interpretazione. Dopo il NT, l‘ermeneutica prosegue il suo movimento; arriva, per esempio, a parlare di «coscienza» di Gesù, di «natura» e di persona, senza pretendere di fissare l‘interpretazione per sempre; ancor oggi, deve essere praticata nelle diverse culture nelle quali si esprime la fede in Gesù Cristo.


Autore: X. Leon Dufour
Fonte: Dizionario teologico biblico
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