Chiesa


Nel Vecchio Testamento il gr. *** (traduzione assieme a *** dell'ebr. qahal) indica adunata di popolo (per es. Deut. 9, 10; 18, 16) qualche volta per motivi civili (Eccle. 26, 5; Iudc. 20, 2; il popolo è convocato per la guerra), ma ordinariamente a scopo religioso (Deut. 9, 10; 18, 16, ecc.; molte volte in Ps.): così il giorno in cui il popolo veniva convocato alle falde del Sinai (Deut. 4, 9-13; 5, 19, ecc.) è detto iom haqqahal: *** (trad. greca); e "C. (= adunata) d'Israele" il raduno del popolo per la dedicazione del tempio (I Reg. 8, 14 . 22), e per la celebre festa delle capanne, sotto Esdra e Neemia (Neh. 8, 17). "Sinagoga", invece, ha un significato più generico e profano.

Il termine C. è usato solo tre volte nei Vangeli (Mt. 16, 18; 18, 17 bis); 23 volte negli Atti; 64 nelle Lettere di s. Paolo; 1 in Iac.; 3 nella III Io. e 20 in Ap. Ha il significato di "adunata di popolo" o "popolo adunato" (At. 19, 32.39'.40); sempre per il culto di Dio; C. sono gli stessi adunati (Rom. 16, 23; I Cor. 11, 23; cf. I Cor 7, 7; 17; 14, 33.34.35). Più spesso designa "società locali" (per es. At. 5, 11; 8, 1.3; 11, 26; 12, 1...), frequentemente con l'indicazione del luogo dove la C. risiedeva (la C. di Cenere: Rom. 16, l; cf. I Cor l, 2; 1Ts. l, 1...).

Lo stesso senso ha il plurale chiese (Rom. 15, 31; 16, 4.5.6... ). La comunità qualche volta è tanto piccola da abbracciare soltanto una famiglia: C. domestica (Rom. 16, 5; I Cor 16, 29; Col. 4, 15 ... ). Ma nello stesso tempo si parla di C. che si estende per tutta la Giudea, la Galilea, la Samaria (At. 9, 31; cf. 8, 1; 13, 1; Rom. 16, 1; I Cor 1, 2; 2Cor 1, 1); è l'unica C. universale che comprende tutti i fedeli, e che si manifesta nelle varie comunità o C. particolari (per es. Rom. 16, 1; I Cor 1, 2; 2Cor 1, 1). L'universalità della C. vien confermata dal fatto che sia le chiese giudaico-cristiane (per es. in Gerusalemme) sia quelle etnico-cristiane (in Antiochia) era n dette con lo stesso diritto C. Si ha qualche volta la specificazione chiesa di Dio (At. 20, 28; I Cor 1, 2; 2Cor 1, 1; cf. qahal Iahweh). La C. realizza il "regno di Dio" ( ="regno dei cieli": Mt.) preannunziato dai profeti, termine ultimo di tutta l'antica economia (v. Alleanza).

La C. è lo stesso "regno di Dio". Termine e significato vanno dunque interpretati alla luce dell'uso nel V. T.: la C. del N. T. è il popolo eletto, erede e perfezionatore della e. o regno di Dio del V. T. Di ciò si ha conferma nelle qualità ché, già attribuite al popolo del V. T. (cf. Ex. 19, 5.6), son trasferite ai cristiani: schiatta eletta, regale sacerdozio, stirpe santa, popolo acquisito (I Pet 2, 9). Questi sono la circoncisione (Phil. 3, 3), Israele di Dio (Gal. 6, 16), il seme di Abramo e i suoi eredi (Gal. 3, 29), le dodici tribù (Iac. 1, 1). Così son detti chiamati, eletti, santi, diletti (Rom. 1, 6.7; 1Cor 1, 2 ...) come il popolo del V. T. (Ex 19, 5; Deut. 7, 8.9). La C. per S. Paolo è anche il corpo di Cristo (cf. Rom. 12, 4-8; I Cor 12, 31 e particolarmente le lettere della prigionia, Eph., Col.). I cristiani sono un solo corpo perché tutti vivono della stessa vita, ricevuta nel battesimo, nutrita con l'eucaristia (I Cor 10, 17) e vincolo di unione non solo a Cristo (Rom. 6, 3), ma a tutti gli altri cristiani (I Cor 12, 13); v. Corpo mistico.

La relazione tra Cristo e i fedeli, principio di unione e di grazia, è presentata con l'immagine di Cristo capo del corpo della C. (Eph. 1, 22; 2, 16; 4, 15.16; 5, 23.30; Col. 1, 18, 24; 3, 15). Cristo capo ha il primato assoluto (Col. 1, 18; Eph. 1, 22); a lui la C. è soggetta (Eph. 5, 24); Egli è principio di unione (Eph. 4, 16) e di vita del corpo (Col. 2, 19); questo deve tendere a lui (Eph. 4, 15). Con il sacrificio della croce Cristo operò questa unione, soppresse la legge, ruppe la parete che divideva i Giudei dai Gentili (Eph. 2, 14- 16), influì salutarmente sui fedeli (Eph. 4, 15, 16; Col. l, 20; 3, 15) e redense la C. (Eph. 5, 23). Affinché questo corpo giungesse alla statura perfetta, Cristo, oltre i vari doni, come il battesimo e la fede, largì il suo Spirito (Eph. 2, 22; 4, 4) e mansioni di vario genere che i fedeli devono disimpegnare nella misura a ciascuno di essi concessa (Eph. 4, 11-14) e nella carità (Eph. 4, 3.16). I fedeli a loro volta risentono di questi influssi vitali in quanto son membra del corpo di Cristo (Eph. 4, 16) e aderiscono al Capo (Col. 2, 19). La C. è detta anche pleroma (pienezza) di Cristo (Eph. l, 23). In Cristo abita il pleroma della divinità, che tende alla santificazione degli altri; il Cristo è la causa della redenzione e della salvezza universale e vuole che tutti si santifichino (Col. l, 18; cf. Eph. 4, 10). Dunque la C. è il pleroma di Cristo, in quanto in essa si esercitano tutti gl'influssi salutari del Cristo, operanti la redenzione. (cf. J. Huby, Les Epitres de la captivité, Paris 1935, pp. 167-71).

La C. è inoltre sposa di Cristo (Eph. 5, 22-32; cf. II Cor 11, 2) e Cristo consegnò se stesso per lei affinché la santificasse.
È agricoltura di Dio, costruzione di Dio (I Cor 3, 9), tempio santo in costruzione (Eph. 2, 21; cf. I Cor 3, 15). Da queste immagini appare chiaro che la G. non è qualcosa di statico, ma di dinamico, in quanto è coltivata, edificata, santificata (cf. Eph. 4, 15.16), deve crescere come corpo.
Perché la C. pervenisse allo stato di perfezione Cristo le concesse molti carismi (Eph. 4, 7.16; cf. Rom. 12, 3-8; I Cor 12, 7-30), disciplinati dalla gerarchia (I Cor 12, 14), perché essa non è una società carismatica, ma retta dall'autorità: gli apostoli (Mt. 28, 18-20; Mc. 16, 15; Lc. 24, 47; Io. 20, 21) cui trasmise la sua autorità (Lc. 10, 16; Mt. 10, 40; 18, 18) e ne assegnò in Pietro e nei suoi successori, il capo, fondamento della C. e capo universale (Mt. 16, 18.19), guida autorizzata delle pecorelle (Io. 21, 16-18: cf. F. Spadafora, I Pentecostali, 2a ed., Rovigo 1950, pp. 50-89). Dell'esercizio di questa autorità concessa a Pietro abbiamo vari indizi già sin dai tempi apostolici (At. l, 15; 2, 14-17...). Gli apostoli ritenevano piena potestà sulle chiese da loro fondate (I Cor 11, 16.34), anche se vi erano già dei superiori locali (1Ts. 5, 12; Rom. 12, 5; At. 14,23; 20, 17; vescovi e diaconi: Phil. 1, 1).

Verso la fine della vita s. Paolo enuncia le regole per la costituzione dei successori, indicando le qualità di cui dovevano essere rivestiti (I-II Tim.; Tit.; cf. U. Holzmeister, in Biblica, 12 [1941] 41-69). La C. infine è la società di quelli che per la predicazione degli apostoli credettero in Cristo (Rom. 10, 9.10). Tutti possono prendervi parte (Rom. 10, 11.12). Si entra col battesimo (Mt. 28, 19; Mc. 16, 16; At. 2, 28 ... ). Rito d'unione è l'eucaristia (I Cor 10, 17), legge fondamentale la carità fraterna (Io. 13, 35). Il fedele ha il dovere di osservare tutti i precetti di Cristo (Mt. 28, 20; cf. Rom. 13, 9), in caso contrario l'autorità ha la facoltà di radiarlo dalla comunità (Mt. 18, 17) o per errori circa la fede (I Tim. 1, 20) o per cattivi costumi (I Cor 5, 3-6; 1Ts. 3, 6.14). Però la potestà non fu data per dominare ma per servire (cf. Lc. 22, 25-27; Philem. 8, 9; I Cor 4, 14.15; I Petr. 5, 3) e per edificare il corpo di Cristo (Eph. 4, 12).
[B. N. W.]

BIBL. – A. MÉDEBIELLE, in DBs. II, coll. 487-691; K. L. SCHMIDT, in ThWNT. In. 502-39; L. CERFAUX, La théologie de l'Eglise suivant s. Paul. 2a ed. Parigi 1948; F. M. BRAUN. Aspects nouveoux du problème de l'Eglise, Friburgo 1942; C. SPICQ. Les E. pastorales. Parigi 1947, pp. 84-97. 234-40; M. MEINERTZ, Theologie des Neue Testaments, I, Bonn 1950, pp. 69-80.


Autore: Padre Beniamino Nespon-Wambacq
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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