Eresia
Autore: P. Ternant
Fonte: Dizionario di Teologia Biblica2. La crisi giudaizzante. - L‘ammissione dei pagani nella Chiesa fece sorgere ben presto il problema del valore delle osservanze giudaiche di cui i giudeocristiani conservavano la pratica. Imporle ai gentili Convertiti al cristianesimo avrebbe significato riconoscere ad esse una necessità in vista della salvezza. E tale era appunto la pretesa dei giudaizzanti (Atti 15, 1). Ma, secondo Paolo, questo rendeva inutile Cristo e svuotava la croce della sua efficacia: Cercare la propria giustizia nella legge equivaleva a rompere con Cristo, disprezzare la sua grazia (Gal 5, 1-6). Sulla Chiesa incombeva la divisione. Perciò Paolo volle ad ogni costo ottenere l‘accordo della Chiesa giudeo-cristiana in particolare di «Giacomo, Cefa e Giovanni» (2, 9) sulla libertà dei pagano-cristiani (2, 4; 5, 1). L‘ottenne all‘assemblea del 49 (Atti 15; Gal 2, 1-10) in Caso diverso avrebbe «Corso per niente» (Gal 2, 2), cioè la rivelazione apostolica (cfr. Ef 3, 3- 5) si sarebbe contraddetta da sé: «Se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello Che avete ricevuto, sia anatema!» (Gal 1, 9).
3. Le eresie incipienti. - Ma il messaggio di Paolo dovette anche affrontare la saggezza greca. L‘infatuazione dei Corinzi per questa saggezza non era scevra da incidenze dottrinali: si credeva di poter scegliere tra Paolo, Apollo e Cefa, come altri sceglievano tra le scuole (hairèseis) di filosofi ambulanti e si restava sordi ai «discorsi della croce» proclamati da tutti gli apostoli (1 Cor 1, 17 s). Oppure, si contestava la risurrezione dei morti, svuotando così la predicazione e la fede del suo Contenuto essenziale: la risurrezione di Cristo (15,2. 11- 16). Più tardi ad apporti ellenistici si mescolarono speculazioni giudaiche, per mettere in pericolo la fede dei Colossesi nel primato di Cristo (Col 2, 8- 15; cfr. Ef 4, 14-15) e farli tornare al regime delle ombre (Col 2,17). Verso la fine dell‘era apostolica si fece più pressante il pericolo di elucubrazioni pregnostiche desunte dal giudaismo eterodosso o dal paganesimo (1 Tim 1, 3-7. 19 s; 4,1-11; 6,3-5; 2 Tim 2,14-26; 3,6-9; 4, 3s; Tito 1,9-16; Giuda; 2 Piet 2; 3,3-7; Apoc 2,2.6.14s.20-25). Certi «falsi profeti» (1 Gv 4, 1) negarono persino che Gesù fosse il Figlio di Dio «venuto nella Carne» (2, 22 s; 4, 2 s; 2 Gv 7). A Corinto (1 Cor 4, 18 s), a Colossi (Col 2,18) o altrove (1 Tim 6,4; 2 Tim 3, 4), queste deviazioni generatrici di dispute e di divisioni (1 Tim 6, 3 ss; Tito 3,9; Giuda 19), hanno tutte Come origine l‘ostinato orgoglio di coloro che, anziché sottomettersi alla dottrina unanimemente predicata nella Chiesa (Rom 6,17; 1 Cor 15, 11; 1 Tim 6, 3; 2 Piet 2, 21), l‘alterano volendo superarla con speculazioni personali (2 Gv 9). Perciò i più pericolosi vengono colpiti da scomunica (Tito 3, 10; 1 Tim 1, 20; Giuda 23; 2 Gv 10). Questa severità del NT verso i falsi dottori mette in rilievo tutto il valore di una fede che non rischia naufragi (1 Tim 1, 19; 2 Tim 3, 8) e Ci attacca alla Chiesa, sempre vittoriosa dell‘errore che minaccia «il deposito delle sane parole ricevute» dagli apostoli (2 Tim 1, 13 s).