Carità


Terza delle teologali, regina delle virtù, la c. è la nota caratteristica della nuova economia. Come la fede e la speranza, la C. ha per oggetto Dio, ma in Dio e per Dio, si estende al prossimo; anzi la C. verso il prossimo è l'indice dell'amore verso Dio. Nel V. T. alla concezione di Dio come Padre, eminentemente misericordioso; come sposo d'Israele (specialmente nel profeta Osea e nella Cantica), risponde il precetto fondamentale, primo fra tutti gli altri: Deut. 6, 4-9 «Ascolta, Israele, Iahweh è il nostro Dio, Iahweh è l'unico. E tu amerai Iahweh, il tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E tutti questi precetti, che io oggi ti do, rimarranno nel tuo cuore». Questi versetti costituiscono l'inizio della ben nota preghiera giudaica, Shema' Israel, recitata già al tempo di N. Signore (cf. Mc. 12, 29), e ripetuta posteriormente due volte al giorno.

È il precetto per eccellenza, come il Signore, richiamandolo, lo definisce (Mt. 22, 37 s.; Lc. 10, 27 s.; Mc. 12, 29 s.). Amare Dio è far gli il dono completo di sé, cioè mettere al suo servizio tutte le proprie facoltà e tutte le proprie energie: cuore, sede dell'intelligenza, secondo la psicologia ebraica; anima, cioè le potenze sensitive; forza, cioè con tutte le proprie energie fisiche.
Nei Salmi, nei Profeti, nei libri didattici ritornano accenni frequenti all'amore di Dio per Israele e all'obbligo di rispondenza.

Alla fierezza di avere un tal Dio (specialmente dopo qualche importante vittoria), in Israele si aggiungeva una gioiosa riconoscenza per l'ultimo attestato della sua instancabile benevolenza. Lo si amava -il termine è di Debora (Iudc. 5, 31: eco del Decalogo, Ex. 20, 5) - ed è quasi una sorpresa per noi constatare che un sentimento affettuoso addolciva talvolta quelle anime feroci, dai duri costumi (al tempo dei Giudici), e le univa a Iahweh con legami più dolci di quelli del terrore. I nomi teofori così comuni in Israele, come presso tutti gli antichi Semiti, esprimono la credenza nella provvidenza paterna di Iahweh per ciascun fedele in particolare e l'amore del singolo israelita per il suo Dio; tutti questi nomi esalano un delizioso profumo di pietà e di devozione verso il Dio d'Israele (ad es. Ahinoam = Il fratello [o il mio fratello] è soave», 1Sam 1, 14,50; Abiel = Il mio padre è El», 1Sam 9, l ecc.; F. Spadafora, Collettiv. e individ. nel V. T., 1953, pp. 210 ss. 337 ss.).

All'amore verso Dio, anche nel V. T. troviamo congiunta la pietà, la benevolenza verso l'afflitto, l'orfano, la vedova, i bisognosi: passim nei Salmi e nei Profeti che li pongono al di sopra degli stessi riti cerimoniali (I Sam 15, 22; Ier. 7, 21 ss, Os 6, 6). Ma già il Deut. 10, 12-19 prescriveva la c. verso il prossimo. Lev. 19, 16 ss. Il Non andare sparlando..., né rimanerti inerte al pericolo del tuo vicino... Non odiare in cuor tuo il tuo fratello ... Non farai vendetta né serberai rancore contro tuoi connazionali; anzi amerai il tuo prossimo come te stesso: sono io il Signore».

Vendetta e rancore, fin nei sentimenti del cuore, sono proibiti agli Israeliti, nei riguardi dei membri del popolo eletto; il Signore comanda l'amore. Gesù ha ripreso questo precetto, unendolo strettamente al primo; facendone due aspetti di una sola virtù; e consacrando la c. a sintesi e a coronamento di tutti gli altri precetti (Mc. 12, 31; Rom. 13, 9).

Ma sulle labbra di Gesù l'amore del prossimo è divenuto qualcosa di nuovo. Nel V. T., infatti, il prossimo detto 'ah, fratello; ré'a, compatriota, uomo della stessa famiglia o della stessa tribù; qarobh parente, vicino; 'amith, compatriota - sono gl'Israeliti, la gente della stessa razza, o comunque quanti, ed esclusivamente essi, sono entrati con la circoncisione o rito equivalente a far parte della collettività, secondo il principio di solidarietà, allora vigente.
Così troviamo incluso talvolta, nel precetto dell'amore per il prossimo, il ghér o straniero (Lev. 19, 34; Deut. 10, 19); egli abita in mezzo ad Israele e ha accettato il pesante fardello della Legge.
Ma tutti gli altri ne sono esclusi. In tal senso, la letteratura rabbinica commenta concordemente le leggi riguardanti il prossimo; precisando sempre che si tratta del solo israelita e «non del Samaritano, dello straniero o del proselita» (Mekiltà, Ex. 21, 14.35). Ora ecco la formulazione programmatica di Gesù: «Avete udito che fu detto: - Amerai il tuo prossimo (Lev. 19, 18) e odierai il tuo nemico. - Io invece vi dico: - Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli... » (Mt. 5, 43-48). Non si trova prescrizione nella Bibbia che risponda esattamente alla precisazione di Gesù, «odierai il tuo nemico». Ma essa rende fedelmente lo spirito che emana da molte pagine del V. T., dove risuonano espressioni di vendetta contro i pagani e gl'Israeliti empi; mentalità, attitudine ordinaria e normale di odio» nei riguardi dei nemici, che gli scribi facilmente deducevano ancora dalle prescrizioni fatte al popolo israelita a riguardo dei Gentili (cf. Deut. 20, 13-17; 23, 4-7; 25, 17-19), per evitare ogni contaminazione idolatrica. Attitudine che fu esasperata più duramente ancora dalla letteratura giudaica post-biblica. (G. Bonsirven, Le judaisme..., I, p. 199 s.). Gesù ha dato al termine "prossimo" il suo vero valore; il prossimo è ogni uomo, tutti gli uomini, il Samaritano (Lc. 10, 25-37, parabola del buon Samaritano), il gentile allo stesso modo del Giudeo; il pubblicano, il peccatore, la donna di cattiva vita allo stesso modo del giusto fariseo; il nemico come l'amico. La nostra c. deve essere universale, come lo è la misericordia del nostro Padre celeste. Tutti gli uomini, senza distinzione di razza e di religione, sono nostro prossimo e han pertanto diritto alla nostra assistenza e, se si dà il caso, al nostro perdono.
«Qual è il primo di tutti i comandamenti? Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore è l'unico Dio; ama dunque il Signore Dio tuo ecc.". Il secondo è questo: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Non c'è altro comandamento maggiore di questi» (Mt. 12, 28.34; cf. Mt. 22, 34-40).

Fedele eco della dottrina evangelica, s. Paolo afferma che nell'amore del prossimo è la pienezza della Legge: quando avreste assolto a tutti i doveri di sudditanza verso le autorità e di giustizia verso gli altri, vi rimane sempre un debito, quello dell'amore scambievole, perché si deve amare il prossimo per Dio, col quale noi siamo sempre in debito. E la prova che non si è mai dispensati dall'amare il prossimo, nessuno escluso, è che così, non solo si pratica la c., ma si adempie anche la legge divina, perfezionata in Gesù (Mt. 5, 17); e chi osa lusingarsi di compierla integralmente sì da non sentire più alcun obbligo? (Rom. 13, 8 ss.): «Non restate in debito con nessuno di alcunché, se non dello scambievole amore; chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti, "non commettere adulterio; non ammazzare; non rubare; non desiderare", e ogni altro precetto, si compendia in questa sentenza: "amerai il prossimo tuo come te stesso". La c. non fa male al prossimo; pienezza dunque della legge è la c.». Chi ama, procura al prossimo ogni bene; pertanto la c. riassume e compendia tutti gli altri precetti. E s. Giovanni l'apostolo della c., sottolinea, sempre sulla scia delle parole di Gesù, la connessione intima dell'amore di Dio e del prossimo, in un unico precetto. «Dobbiamo amare, perché Lui (Dio) per primo amò noi. Se alcuno dice: - Amo Dio - ed odia il fratello, è mentitore. Infatti chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da Lui (Gesù N. S.): Chi ama Iddio, ami anche il proprio fratello. In questo conosciamo di amare i figli di Dio, quando amiamo Dio e pratichiamo i suoi comandamenti» (I Io, 4, 7-21).

Si ricordino le parole di Gesù, Io. 14, 15; 15, 10; e l'identificazione posta da Gesù tra la sua persona e quella dei fedeli, dei bisognosi, quando insegna che saremo giudicati secondo la c., da noi praticata o trascurata (Mt. 25, 31-46): «Venite, benedetti, perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere, ecc. Quanto avete fatto a uno dei più piccoli tra questi miei fratelli, l'avete fatto a me». «Vi dò un precetto nuovo, che vi amiate gli uni gli altri; che come io vi ho amato, anche voi vi amiate gli uni gli altri. In ciò, appunto, tutti riconosceranno che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente» (Io. 13, 34 s.).

La c. è Dio stesso (I Io. 4, 8). Il Verbo Incarnato è la manifestazione suprema di "Dio- Amore" specialmente nella sua morte (Io. 3, 16; I Io. 4, 19; Rom. 8, 32); egli è il Mediatore dell' Amore di Dio (Io. 17, 26). E attraverso Gesù, questo dono si comunica a noi. «L'amore di Dio è diffuso nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rom. 5, 5).

L'Amore è una forza potente che sospinge all'adone: «La c. di Cristo, l'amore che il Cristo ha per noi, ci domina, ci spinge, ci infiamma; egli è morto per tutti noi, e noi dobbiamo consacrar tutti noi stessi al servizio suo e del suo corpo mistico» (2Cor 5, 14 s.). «Chi non ama, rimane nella morte» (I Io. 3, 14).

L'amore vero sprigiona forze di vita, trasforma l'uomo, lo riscalda di carità operosa verso Dio e verso i fratelli. «Dobbiamo amare a fatti e in verità» (I Io. 2, 8.14-8). L'amore vero è pronto al sacrificio della vita (I Io. 3, 16); scaccia ogni timore (ibid., 4, 16.18); è fonte di gioia (Io. 15, 9-12; I Io. 3, 20) e di pace (Io. 14, 27). Troviamo insieme queste caratteristiche della c. nella più bella pagina di s. Paolo (I Cor 13), con Rom. 8, 31-39. È l'inno sulla c., punto culminante della I Cor., nella quale ogni questione è ricondotta a quella dell'unione a Dio e al Cristo, cioè all'amore scambievole che, discendendo dalla Divinità, la collega con le sue creature riscattate. S. Paolo che adopera il termine *** più di 75 volte, oltre all'uso frequente del verbo ***, precisa formalmente nove volte (Rom., 2Cor., Eph., 2Ts.) la c. come «l'amore di Dio» o «di Cristo», effuso nei nostri cuori (Rom. 5, 5) mediante lo Spirito Santo; e la ragione dell'amore prescritto agli uomini è sempre che il Figlio di Dio si è immolato per essi. L'idea essenziale, contenuta nell'inno, è che senza la c., la quale sola conduce alla perfezione e sola permane per sempre, tutto il resto è inutile, e che, conseguente. mente, essa è necessaria a tutti, a differenza degli altri doni o "carismi". Solo la c. è capace di elevarci fino a Dio.

Ecco la via alla perfezione, che sorpassa ogni altro mezzo o dono (I Cor 12, 31), «il legame della perfezione» (Col. 3, 14), che dà alle altre virtù la loro forza. Tutti gli altri doni (I Cor 13, l ss.) senza la C. sono un nulla.

S. Paolo descrive la c. nei suoi caratteri (vv. 4-7).
«La C. è longanime (soffre le ingiurie senza restituirle), è benevola (preveniente, servizievole, dolcemente amabile), non ha gelosia (non invidia nessuno), non manca di tatto (non ferisce con fanfaronate o indiscrezione), non s'insuperbisce (non elargisce i benefici dall'alto della sua grandezza); evita ogni modo spiacevole, non cerca il proprio interesse, non ha acrimonia (contro coloro che la violano), non tiene conto del male o non fa conto sul male (come coloro che nulla di buono aspettano dal loro prossimo o fan calcoli sul male fatto dai loro avversari); non si compiace dell'ingiustizia (commessa dai loro avversari o da essi subita, quasi per prendere la propria rivincita), ma gode della verità (dovunque la riscontra); la C. scusa tutto (copre, dissimula, tace sul male), crede tutto (dona fiducia, anche prima di esser sicura che gli altri la meritano), spera tutto (anche dagli uomini, il loro emendamento ecc., fino a che non c'è proprio da disperare), sopporta tutto (le smentite inflitte alla sua "fede" e alla sua "speranza")». La c. non decade mai dal suo rango eminente; possiede un valore eterno, mentre tutti gli altri doni non avran più ragione d'essere; essi infatti hanno una funzione limitata alla nostra esistenza quaggiù.

La c. che conduce alla visione beatifica è superiore anche alla fede e alla speranza; queste due grandi virtù che hanno ano ch'esse Dio per oggetto, e che l'Apostolo altrove ha tanto esaltato. Suprema gloria della c.: essa sussisterà anche quando le me due sorelle (1Ts. 1, 3; 5, 8; Gal. a, 5 s.; Rom. 12, 6.9.12; Eph. l, 15-18 ecc.) avranno esaurito il loro compito; unica la c. permane, e perfettissima, con la pienezza della visione beatifica. Essa è la virtù definitiva e perfetta, che ci rende capaci di vedere Dio. «Nella vita presente, sussistono la fede, la speranza, la c., queste tre entità; ma la più eccellente di esse è la c.».
[F. S.]

BIBL. - E. B. ALLO, Prem. Ep. aux Corinthiens. 2a ed., Paris 1935, pp. 206 s. 340-54; E. STAUFFER, in ThWNT. I, pp. 26-52; A. CLAMER, Lévitique (La Ste Bible, Pirot-Clamer, 2), Paris 1940. p. 148 s.; L. Pirot, S. Marc (ibid . 9). 1946, p. 551 ss.; P. HEINISCH, Teologia del V. T.. (trad. it.). Torino 1950, pp. 194 s. 197-206. 360; G. BONSIRVEN. Teologia del N. T., (trad. it.), ivi 1952, pp. 95-109. 281-84. 323; H. PETRE, Caritas. Louvain 1948; C.SPICQ, L'Agapè de 1Cor 13, .in EthL, 31 (1954) 357-370.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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