Cantica (La)


Nell'indice dei libri sacri, la C. è il 50 dei sette libri didattici; nella Bibbia ebraica, è il primo dei 5 opuscoli chiamati Meghilloth o rotoli; e si legge nelle sinagoghe nell'ottavo giorno di Pasqua. Ordinariamente è chiamato il Cantico dei Cantici traduzione servile dall'ebraico sir hassirim che è un modo di esprimere il superlativo (cf. Ex. 26, 34; Apoc. 19, 16): il cantico per eccellenza, o ancor meglio: la c. (già Origene, PC 13, 37).
«Ci si presenta nella forma di un poemetto tra lirico e drammatico, nel colorito di un idillio, nel tenore di un canto amoroso; tutte qualità che gli danno un posto speciale nel canone delle Scritture, come per bellezze letterarie è da porre fra le più pregevoli pagine di poesia ebraica» (A. Vaccari).

La C. celebra la risorta teocrazia, la rinnovata alleanza tra Iahweh e il "resto" israelita, ritornato dall'esilio. «L'azione della C. è una parabola e un contrasto; una parabola di fondo idilliaco, un contrasto fra le due vite, fra due amori. Una semplice pastorella ama di tenero e intenso affetto un giovane pastore... dal quale è cordialmente riamata... Il mutuo affetto è cementato dal comune trasporto per la innocente vita dei campi, per l'incanto della vergine natura, fra cui sono cresciuti insieme. È l'idillio. A questa semplice vita, a questo puro affetto, fa contrasto la città con le sue agiatezze, la corte con le sue seduzioni, un re potente (simboleggiato qua e là in Salomone, il più ricco e il più fastoso re che abbia conosciuto la storia d'Israele), il quale vorrebbe trarre la giovane pastorella all'amor suo, all'onore di essere sua consorte. Ma la generosa pastorella rifiuta sdegnosamente le offerte del ricco monarca, e si contenta della semplice vita dei campi per rimanere eternamente fedele al suo pastore, il solo oggetto del suo casto amore» (A. Vaccari).

Sono sei scene.
I. Anela all'amplesso (1, 2-14); il primo incontro (l, 15-2, 7).
II. Alla campagna (2, 8-17); ricerca notturna (3, 1-5).
III. Salomone in tutto il suo splendore (3, 6-11). Ritratto della sposa (4, 1-6). Il mistico giardino (4, 7-5, 1).
IV. Visita notturna (5, 2-9). Ritratto dello sposo (5, 10-6, 3).
V. Nuove lodi della sposa (6, 4-7, 1); gara di carezze (7, 2-10); amore irremovibile (7, 11-8, 4).
VI. Trionfo dell'amore (8, 5-7). Reminiscenze (8, 8-14). (Divisione e titoli del P. A. Vaccari).

«Tutto ciò adombra l'anima d'Israele posta a cimento tra la fedeltà all'austera sua religione e gli smaglianti splendori della civiltà pagana». È la fedeltà della rinata teocrazia al Dio dei padri, al Dio dell'alleanza (v.) del Sinai. il "resto" che ha vissuto nello splendido e possente impero dei Caldei, dove la solennità del culto era pari alla sontuosità dei santuari, ha visto il fascino della superiore civiltà neo-babilonese, conservando il suo amore a Iahweh; ed è ritornato tra i colli aviti, dove il mutuo affetto può finalmente manifestarsi e nutrirsi sicuro. La C. celebra il risorto Israele; ecco perché non fa alcun accenno ad infedeltà di sorta (cf. Buzy, p. 292); nessun'ombra viene a turbare il quadro. I profeti che pure han celebrato l'idillio dei 40 anni del deserto, han sempre lamentato le infedeltà d'Israele, che non mancarono neppure in quel periodo complessivamente aureo (cf. Ez. 20, 13). Qui, invece, la C. può cantare senza riserva alcuna, la fedeltà del rinato Israele al suo Dio; in realtà, qualsiasi traccia di idolatria scompare dopo l'esilio. Il recente commento del Buzy così s'esprime circa il tempo in cui la C. fu composta. «Se è vero che un'opera reca sempre le tracce e l'impronta del suo tempo, il carattere ottimista della C. (Ricciotti, p. 163) si accorderebbe spontaneamente col fervore religioso che valsero alla comunità le riforme di Neemia e di Esdra, come con la pace politica di cui godette la Palestina durante tutto il IV sec. fino alla rovina del regno persiano sotto i colpi di Alessandro (330 a. C.). Questo IV sec. fervente e tranquillo, che parla un ebraico aramaizzante, ci sembra, con Dussaud, Tobac, Ricciotti, il secolo letterario della C.». In realtà, il titolo (1, 1) che attribuisce la C. a Salomone, è un semplice artificio letterario (pseudonimia); e d'altronde non è neppure sicuro se è originale; manca nella Volgata. Più che gli aramaismi, che non sono mai decisivi, vale l'argomento dell'allegoria stessa qui sviluppata, la mancanza di qualsiasi accenno ad infedeltà di Israele. L'uso di raffigurare l'alleanza fra Dio e il suo popolo, i relativi diritti e doveri col vincolo coniugale ben può dirsi spiccatamente della letteratura profetica (Is. 54, 5 s.; 62, 4 s.; Ier. 2, 2; Ez. 16, 8-14; Os 2, 16-20 ecc.), che la derivò probabilmente dalla stessa carta dell'alleanza, il decalogo: Ex. 20, 5 «Io sono un Dio geloso», dove il termine ebraico (qanna') esprime il sentimento di gelosia dello sposo verso la propria sposa. La stessa idea è implicita nella frequentissima locuzione profetica che alla infedeltà verso Dio dà il nome di adulterio. Altra immagine dei libri profetici : Dio - pastore, Israele-suo gregge (Ier. 31, 10; Ez. 34; Zach. 11, 7).

«Anche nel Nuovo Testamento un simile linguaggio (oltre all'immagine del Buon Pastore: Lc. 15, 4 ss.; Io. 10) adoperarono il Battista (Io. 3, 29), l'evangelista s. Giovanni (Apoc. 21, 9), s. Paolo (2Cor 11, 2) e Gesù stesso (Mt. 9, 15), chiamandosi sposo e paragonando la sua presenza sulla terra alle feste nuziali. Perciò l'interpretazione allegorica o parabolica della C. (sostenuta già dall' esegesi giudaica e - sostanzialmente - dalla maggior parte degli esegeti cattolici) non è arbitraria» (Vaccari), ma fondata nella letteratura profetica. Anzi in Is. 5, 1 abbiamo un'allegoria, o meglio una parabola, espressamente per tale riconosciuta e spiegata, che ha col nostro poemetto parecchie analogie; Dio è chiamato "il mio diletto", come spesso nella C. (30 volte); Israele è raffigurato in una vigna, come nella C. (1, 6; 8, 11 ss.); s'intitola cantica appunto come il nostro poema. Eppure forse nessun libro del Vecchio Testamento presenta tanta diversità di interpretazioni come la C. Si veda Buzy, pp. 286-96. Del tutto opposta all'interpretazione allegorica è la letterale che considera la C. come un canto o un dramma profano: buon numero dei moderni razionalisti. Il V Concilio ecumenico condannò Teodoro di Mopsuestia che avanzava una simile ipotesi. In realtà mai sarebbe entrato tra i libri divinamente ispirati, un poemetto erotico, profano. Mentre nessun dubbio sorse mai sull'origine divina della C., né tra i Giudei, né tra i cristiani; lo stesso Teodoro di Mopsuestia non la negò (A. Vaccari, Inst. Bibl., p. 30 in nota).

I commentatori cattolici che riconoscono nella C. l'unione di Iahweh e d'Israele, hanno esteso questa allegoria applicandola a Gesù e alla Chiesa; a Gesù e a ciascuna anima fedele; in modo particolare alla Vergine SS. (da Ippolito, Origene a s. Bernardo ecc.). È difficile parlare di senso tipico o spirituale. Il Buzy (p. 295) ritiene si tratti di senso comprensivo. Forse è molto più esatto fermarsi ad una riuscita e pia accomodazione o applicazione. La C. va spiegata alla luce dell'ambiente in cui sorse e sulla base della letteratura profetica cui si ispira. Quanto ai dettagli, si tenga presente il genere letterario: la C. è un'allegoria con molti elementi parabolici tratti cioè dalla vita reale, e messi qui a solo scopo di ornamento e di effetto drammatico, senza il minimo significato metaforico. Questi diversi quadri o scene non hanno che una portata o un significato d'insieme. Se talora i paragoni non soddisfano il nostro gusto classico, «il linguaggio però è sempre sì elevato, sì nobile, che non ha mai nulla del sensuale, e non può offendere se non le anime già corrotte. La C. è un dramma? una lirica? È un po' tutto questo; ma nulla che risponda esattamente alle nostre categorie letterarie. È un dialogo lirico accompagnato da qualche movimento drammatico»: (A. Vaccari). Non è facile stabilire i versi della C.; e addirittura impossibile sembra disporli in strofe, senza maltrattare il testo ebraico. Si può ritenere in genere che ciascun verso consti di due stichi: il 1° di tre e il 2° di due accenti. Il Buzy (p. 286) sospetta non siano autentici, sebbene ispirati, i seguenti vv.: 2, 15 ss.; 3, 6- 11; 4, 6; 8, 8-14; essi si svelerebbero come elementi avventizi e secondari. Il testo ebraico, in genere è ottimo; solo in pochissimi casi dubbio o corrotto. La Volgata, tra le versioni è la migliore. Quella greca (LXX) è servile: spesso non ha colto il senso. Molto numerosi i commenti: i principali sono elencati in Hopfl-Miller-Metzinger, Introd. V. T., 5a ed., Roma 1946, p. 356 ss. In Italia la migliore versione è quella del P. A. Vaccari, con l'introduzione sopra spesso cit.
[F. S.]

BIBL - A. VACCARI, Inst. Bibl., II, 2a ed., Roma 1935, pp. 28-42; ID., La S. Bibbia, V, 2, Firenze 1950, pp. 111-29; ID., 1961, .pp. 1133-1146; G. RICCIOTTI, Il Cantico dei cantici, Torino 1927; D. Buzy, in RE, 49 (1940) 169-94; ID., ne La Ste Bible (ed. Pirot, 6), Parigi 1946, pp. 281-363; A. FEUILLET, Le C. des Cantiques et la tradition biblique, in NRTh. 84 (1952) 706-33; ID., Le Cantique des Cantiques. Etude de theologle biblique et réflexion sur une méthode d'exégèse, Parigi 1953; P. DE AMBROGGI, Il Cantico dei Cantici (ed. Paoline), 1952.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
Visite: 122